giovedì 17 maggio 2012

Giovanna Forlanelli, la donna medico che da Monza coniuga salute e arte, profitto e mecenatismo



Per definire che cos’è la vera cultura, un giorno Leopold Senghor, il primo poeta diventato presidente di uno Stato africano, il Senegal, sentenziò: “La cultura vera è come un albero che affonda le sue radici fino a succhiare le più residue gocce di umidità e, contemporaneamente, espone le sue chiome, le fronde, i rami alla pioggia, al vento, al sole delle altre culture”. L’immagine dell’albero bi-direzionale di Senghor può adattarsi bene a illustrare la multiforme identità della Johan & Levi, casa editrice del libro biografico Quando Marina Abramovic morirà scritto da James Westcott sull’artista serba Marina Abramovic, classe 1946, alla quale è dedicata la mostra in corso al Pac (Padiglione d’arte contemporanea) di Milano fino al prossimo 10 giugno 2012.
La Johan & Levi è stata fondata nel 2005 a Monza ed è attiva principalmente nel settore delle arti visive, cui affianca la presenza nell'editoria scientifica. Perché all’impegno generoso sul proprio territorio lombardo si affianca l’attività sul fronte internazionale, frutto di collaborazioni con artisti e curatori d’oltreconfine.
GRAZIE. ALFREDO. L’orizzonte planetario è sempre stato presente nella mente della fondatrice, la monzese Giovanna Forlanelli. Laureata a pieni voti in medicina e chirurgia, lei ha preferito imboccare la strada imprenditoriale a quella ambulatoriale. Nel 1985, a 25 anni, è entrata nell’azienda di famiglia (la Rottapharm, distributrice di prodotti per il benessere e la salute della donna, un nome su tutti la Saugella) per occuparsi di marketing e comunicazione. Racconta: “Con mio marito, anche lui laureato all’Università di Milano in farmacologia e direttore scientifico dell’azienda, condivido la passione per l’arte e il collezionismo e abbiamo viaggiato molto, non solo per motivi aziendali, mettendo sempre al centro della nostra attenzione i musei del mondo. Avevamo già il pallino dell’editoria scientifica, pubblicavamo una rivista Esseredonna e monografie di prodotto. Ma la spinta decisiva ci venne da un italiano a New York, Alfredo De Marzio. Avevo conosciuto Alfredo una ventina d’anni prima, quando lui era manager di Agip USA e sponsorizzava le grandi mostre negli Stati Uniti. Ci siamo rivisti in seguito, mentre lui ricopriva l’incarico di presidente della Rizzoli International. Alfredo mi aiutava nelle mie ricerche e, quando rientrava in Italia, mi accompagnava a visitare le mostre e a conoscere i giovani artisti. Una volta a New York mi portò a visitare la redazione del The Journal of Art e mi rimase talmente impressa l’attività della rivista che ci ripromettemmo di fondare prima o poi una nostra casa editrice indipendente. Dopo la fine del suo incarico alla Triennale di Milano, l’ho coinvolto nella creazione di Johan & Levi. Che è nata così a Monza con due anime: una artistica, che mi ha legato ad Alfredo (purtroppo ucciso da un infarto poco dopo il varo della casa editrice) e una scientifica che mi ricollegava all’azienda di famiglia”.

AZIENDA TUTTA IN ROSA. Prima curiosità, il nome esotico: “È un nome che ho preso in prestito da un vecchio libro trovato in Irlanda, era edito da un’antica casa editrice di lì e quel Johan iniziale, che ricorda il mio nome Giovanna, catturò subito la mia attenzione”. Secondo interrogativo, è vero che l’azienda è tutta rosa? “Sì, preferisco circondarmi di donne. L’organico è molto snello: una coordinatrice editoriale, la multilingue Micaela Acquistapace; una segretaria di redazione, una grafica e un’editor che si occupa anche della selezione dei titoli esteri. Intorno alla casa editrice si è creato poi un network di collaboratori con cui osserviamo attentamente il mercato dell’arte italiano e internazionale.
Nascono così, nella città di Teodolinda, materiali inediti, documenti, opere e vite d’artisti viste sotto una nuova luce: libri nuovi, dal linguaggio volutamente semplice, ricercati ma molto fruibili. All’interno di questa mission editoriale, Johan & Levi pone particolare attenzione a illuminare la storia dei protagonisti e movimenti dell’arte moderna e a portare in Italia saggi d'arte ormai di culto mai tradotti prima, come Inside the White Cube o l'antologia dedicata al critico Clement Greenberg. Il tutto "tenendo d’occhio, insieme alla qualità delle opere, anche la profittabilità, nel senso che mi ritengo un’imprenditrice con un’anima molto idealista”, precisa Giovanna.

BIOGRAFIE E FOTOGRAFIE. “A quasi sette anni di distanza dalla fondazione, e con circa cinquanta titoli, siamo molti soddisfatti dei risultati raggiunti in Italia e anche nei mercati esteri. La nostra collana dedicata alle biografie vanta titoli come il mio preferito De Kooning. L’uomo, l’artista, che nell’edizione americana ha vinto il Premio Pulitzer. È un libro che sposa molto bene la filosofia della casa editrice: lasciare volumi che avranno una vita lunga, un seguito. È anche per questo motivo che abbiamo avuto il coraggio di tradurre 800 pagine dall’inglese all’italiano, considerando anche che, per una biografia d’artista, il mercato italiano è di fatto di nicchia. Credo, inoltre, che uno dei modi migliori per capire la storia dell’arte sia studiare la vita degli artisti per poter così conoscere la persona e appassionarsi alle sue vicende che, tuttavia, devono essere scritte seguendo riferimenti esatti. Altri titoli forti delle biografie sono quelli dedicati a Rauschenberg, a Marcel Duchamp, a Edward Hopper, a Georgia O'Keeffe, al gallerista Leo Castelli fino alla più recente biografia su Mario Schifano".
Con le biografie, pilastro della casa editrice è la collana della fotografia, in cui compaiono nuovi progetti e riedizioni di volumi di grandi fotografi. “Qui le maggiori soddisfazioni ci sono arrivate dal volume Biblioteche, di Candida Hofer, affascinante panoramica di prestigiosi luoghi di lettura antichi e moderni”. Ma hanno avuto ottima accoglienza anche il libro della pittrice dei fiori Georgia O’Keefe con gli scatti del fotografo John Loengard, collaboratore di Life Magazine, vincitore dell’Ansel Adams Award, premio dedicato ai migliori autori di libri fotografici; Roma di Mimmo Jodice, un volume per godere delle mille facce della città attraverso i suoi magnifici edifici, e La scuola di Düsseldorf, la prima pubblicazione che presenta in maniera approfondita gli 11 fotografi protagonisti dell’avanguardia fotografica.
I BAMBINI NEI MUSEI. Imprenditrice, editore ma anche madre: Giovanna ha una figlia e proprio ai più giovani, e alla didattica, è dedicato un altro ramo della sua multiforme attività. “Per far meglio conoscere il marchio Babygella, legato all’igiene dei bambini, abbiamo deciso di usare il canale dell’arte e coinvolgere non solo i bambini, ma anche le famiglie. La mia idea è di avvicinare le famiglie con bambini ai musei. Quando si visita un museo con il proprio bambino, spesso non si è in grado di spiegare ciò che si sta vedendo perché non si hanno tutti gli strumenti necessari. Il nostro intento è di creare percorsi didattici permanenti per i bambini e per le famiglie all’interno delle grandi collezioni in Italia. Il primo intervento è stato realizzato al Museo Archeologico Nazionale di Napoli. Abbiamo chiesto a Chiara Rapaccini di scrivere e illustrare una favola che legasse il percorso all’interno del museo attraverso la selezione dei venti reperti più significativi. Il secondo progetto ha coinvolto il Museo Poldi Pezzoli di Milano per il quale abbiamo realizzato delle audioguide per bambini in italiano e in inglese. In realtà, si tratta di due percorsi: uno dedicato ai bambini delle elementari, l’altro agli allievi delle medie. E altre iniziative stanno fiorendo in questo settore. E ultimamente abbiamo collaborato con il Museo del Design di Triennale per la realizzazione dei percorsi guidati per bambini".

ETICHETTE:

Benito Palumbo, genio dei radar, e il gene di Ulisse: i grandi italiani da conoscere quando alziamo gli occhi al cielo




C’è un’Italia capace di arrivare dai sassi del duro Appennino meridionale alle stelle e ai sassi della Luna, in silenzio. E c’è da rammaricarsi che a questi campioni di un’Italia eccellente, esploratrice per natura, studiosa e curiosa, i veri pilastri della cattedrale laica della civiltà, non si dica grazie nelle loro orecchie, quando sono più in posizione verticale.
Come operatore dell'informazione faccio un mea culpa per tutti gli italiani di valore che operano in tutto il mondo, a tutti i livelli. Sono persone che ci rappresentano degnamente all'estero e di cui si dovrebbe parlare più spesso. Un personaggio con queste caratteristiche è stato Benito Palumbo, genio dei radar, evocata nelle sue imprese e nei suoi affetti in una recente giornata di studi presso la sede centrale del Consiglio nazionale delle ricerche, in piazza Aldo Moro a Roma. 

Ho conosciuto l'ingegner Palumbo, originario di Castelluccio Valmaggiore (Foggia), di quelle stesse terre daune dove sono nato anch'io, quel tanto quanto basta per scorgere in lui, metaforicamente, quello che i biologi hanno scoperto anni fa e chiamato "il gene di Ulisse", quello che spinge a viaggiare curiosi di scoprire nuove terre, nuove frontiere della conoscenza: e il formidabile vagabondaggio geografico e culturale di Benito è ben leggibile nel sintetico curriculum più in basso.
Per chi, come me, era scappato dall'istituto tecnico industriale "Saverio Altamura" di Foggia per affrontare le più familiari aule di un liceo classico e poi di una facoltà di lettere all'università, le materie in cui Benito eccelleva, dalle antenne alle microonde alle tecnologie radar, erano materie misteriose, ma capaci di emozionarmi fortemente: da quel tipo di italiani ho visto diventare realtà tutte le cose mirabolanti che avevo letto da ragazzo, le fantasie più ardite che popolavano le pagine dei fumetti e dei libri d'avventura alla Giulio Verne. Imprese spaziali in primo luogo. Palumbo era considerato negli ultimi tempi il migliore in Europa nel campo dell'elettromagnetismo. Nei pochi incontri avuti con lui, alla presenza della moglie Vittoria, psicologa già insegnante e attrice teatrale originaria di Bari, e della figlia, Valeria, caporedattore centrale del prestigioso mensile L'Europeo e brillante storica delle donne, Benito mostrava confidenza anche in settori lontani dalla ricerca scientifica: sapeva molto anche di arte e letteratura, sapeva di tutto. Era un'enciclopedia vivente.
Se alziamo gli occhi al cielo, tra le stelle c'è una grande costellazione dell'Italia che, come nella missione Apollo sulla Luna, dimostra di avere doti straordinarie e poco note. Quella notte del 16 luglio 1969, mentre Benito Palumbo lavorava presso la Hughes in California, per la Selenia, per il programma Intelsat II, e si accingeva a ricoprire l'incarico di responsabile del Reparto Antenne (prima tappa di una lunga e costante crescita professionale), al tavolo di comando della Nasa c'era un italiano: Rocco Petrone. Il suo volto lo trovate nel numero speciale dell'Europeo dal titolo La luna di Oriana Fallaci dove Benito Palumbo parla di come le innovazioni tecnologiche ereditate dalle  missioni lunari hanno cambiato la nostra vita.
Il padre di Rocco, vicebrigadiere dei carabinieri a Sasso di Castalda, a due passi da Matera, era emigrato prima in Olanda e poi in America quando Rocco aveva sette anni. Studiando sodo, Rocco è arrivato a quel ruolo di comando nella Nasa e a coordinare la più complessa operazione tecnologica mai messa insieme nella storia dell'umanità. Il che dimostra come, nel giro di una sola generazione, si possa passare dai Sassi di Matera ai sassi della Luna.
E si deve a uno scienziato italiano, dal cognome familiare per gli esploratori di ogni sorta, Colombo, Giuseppe Colombo dell'Università di Padova (nato in quella città veneta nel 1920 e morto nel 1984), la soluzione di alcuni fondamentali problemi che hanno permesso alle sonde spaziali di sfuggire al laccio gravitazionale del Sole e di continuare i loro fantastici viaggi interstellari. Qualche giorno fa mi hanno confermato dall'ESTEC, Centro europeo di ricerca spaziale e tecnologico, sito in Olanda a Noordwiick, che stanno testando il satellite BepiColombo in vista del lancio previsto nel 2014 per girare attorno a Mercurio, il pianeta più vicino al sole. Un “viaggetto” che durerà 6 anni, sino al 2020. Lo scopo di questo satellite sarà di provare a capire come mai un piccolo pianeta come Mercurio, con moderata velocità di rotazione, ha un campo magnetico circostante (come la Terra): mentre Venere, Marte (e la Luna) no. 
La difficoltà di girare in una zona così vicina al sole rende BepiColombo uno dei progetti più interessanti dell’ultimo periodo, con un investimento di circa 970 milioni di euro. BepiColombo sarà lanciato dalla base di Kourou (lo spazioporto dell’Europa in Guyana Francese) da Ariane 5, il lanciatore europeo per eccellenza di cui i due grossi booster laterali sono prodotti a Colleferro, fuori Roma.
La collega che mi ha informato dall'Olanda, Maria Cristina Giongo, motore creativo del magazine on line Il cofanetto magico, mi ha sottolineato la funzione dell’Italia nelle missioni spaziali e di ricerca. Per esempio, il direttore dell'ESTEC Franco Ongaro, 2.500 persone provenienti da tutt'Europa e dal Canada, ha indicato con orgoglio che l’80% dei moduli che ritroviamo, ad esempio nella Stazione Spaziale Internazionale, sono italiani, sono stati prodotti a Torino e che l’Italia ha il maggior numero di astronauti in attività (adesso c’è anche una donna sotto addestramento).
In queste ore ho parlato ai miei figli di questo viaggio e delle storie umane e professionali di questi uomini. Benito Palumbo, Rocco Petrone, Franco Ongaro, e anche Luigi Broglio, il Von Braun italiano; Francesco Carassa, papà del primo satellite italiano Sirio. Sono persone di cui un giornalismo finalmente informativo e anche formativo (quello che delinea Daniele Gallo nel suo ultimo libro "Informazione e verità. Far conoscere per ri-conoscere", Viator, 2012) dovrebbe parlare più spesso. Perché se li conosci, li imiti.
Sono uomini che dimostrano come si possa passare, nel giro di una sola generazione, dalle campagne più povere dell'Italia alla direzione di imprese organizzative tra le più complesse dell'umanità. Ho detto ai miei figli: quando si viene presi dal pessimismo di fronte alle difficoltà della vita di ogni giorno, pensate (come viene da pensare spesso a me) a questi uomini e siate fiduciosi. La loro storia insegna che l'Italia ha le energie, l'intelligenza per fare un salto come quello fatto dalle loro famiglie: dai Sassi di Matera ai sassi della Luna, da una situazione terra terra all'infinito.
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Una vita in dodici tappe
1936: il 1° agosto nasce a Castelluccio Valmaggiore, nei Monti Dauni. 1954: si trasferisce  da solo a Roma: aveva vinto più borse di studio per la Casa dello studente ma scelse la capitale perché Torino lo respinse con i cartelli "Non si affittano case ai meridionali". A Roma lo seguiranno per studio le due sorelle (Silvana, biologa e Marilena, lettere) e la famiglia. 1960: a 24 anni si laurea in Ingegneria all'Università di Roma. Riceve il premio come miglior laureato dell'anno. 1962-1970: è progettista presso la Selenia SpA. 1970-85: responsabile del Reparto Antenne. 1985-94: dirige i Laboratri centrali di ricerca e di sviluppo. 1994-96: responsabile del Centro per lo sviluppo tecnologico, dei processi, dei sistemi e dell’informatica per l’Area Sistemi di Alenia. Esce dall'azienda come vicepresident. 1996-99: consulente dell'Amministratore delegato di Alenia Difesa/Finmeccanica. 1999-2000: referente di Alenia Difesa e Finmeccanica per la Ricerca e le Tecnologie. 2001-2002: direttore del Dipartimento per i Servizi tecnici e di supporto del Cnr. 2005-2011: consulente di Telespazio SpA. 2011: il dardo della morte lo coglie, inaspettatamente, il 1° ottobre nella sua casa di Roma. 



lunedì 14 maggio 2012

Impariamo dai migliori: Giuseppe Di Vittorio, signore d’altri tempi che non accettava regali



La notizia del premio Zingarelli che hanno voluto assegnarmi a Cerignola mi ha riportato con la memoria a una mattina del febbraio 1975 quando, giovane cronista, arrivai in quella città del Tavoliere pugliese dove nella notte un gruppo di fascisti aveva sparato all’affresco di 150 metri quadrati raffigurante “Giuseppe Di Vittorio e la condizione del Mezzogiorno” danneggiando quell’opera d’arte in più punti. Per un articolo destinato al settimanale Il Mondo avevo incontrato qualche mese prima lo sponsor di quel murale, lo scrittore e pittore Carlo Levi, quello di Cristo si è fermato a Eboli, che mi svelò molti particolari della vita di Peppino Di Vittorio, una delle figure più carismatiche della nostra storia recente, da lui appresi mentre il leader sindacale posava per la sua pittura. 
Mi piace ricordare un paio di frammenti di quella straordinaria vita (sconosciuta al 90 per cento dei giovani prossimi alla maturità e, a detta di Dario Fo, anche a molti della sinistra che, “ignorando il passato non sa più neanche prevedere il futuro”) che hanno punti di contatto con la situazione attuale dell’economia e della politica in Italia. Uno riguarda il primo giorno di lavoro del poverissimo ragazzo Di Vittorio. Suo padre, salariato fisso in una grande masseria, era morto di polmonite per aver voluto mettere in salvo il bestiame dell’azienda nel corso di un improvviso e violento temporale. Peppino, sette anni, era rimasto con la sorella Stella, dodici anni, e la madre che cercava di guadagnarsi il pane lavando i panni dei vicini di casa. Aveva dovuto abbandonare la scuola alla seconda elementare e mettersi sul mercato dei braccianti, in piazza, dove fu assunto per raccogliere i piselli. Il primo giorno di occupazione colse il giovanissimo Peppino del tutto impreparato: la sveglia precoce, i canti degli uccelli in campagna, il socializzare con gli altri compagni di lavoro, causarono una certa lentezza nel raccogliere i piselli e immetterli nel sacco. Il proprietario terriero, sopraggiunto nel campo constatò che il ragazzo aveva raccolto soltanto pochi chili di piselli e lo avvertì che se l’indomani non avesse reso sufficientemente l’avrebbe licenziato. “Quel datore di lavoro”, confidò Di Vittorio a Levi, “mi spiegò che lui aveva investito tot lire nell’acquisto del concime e degli antiparassitari, tot di tasse, tot ai raccoglitori…Portando il raccolto al mercato, sperava di guadagnare la somma intera spesa più quel profitto ragionevole necessario per consentire una dignitosa sopravvivenza sua e della sua famiglia. Se lui, Peppino, raccoglieva pochi piselli, era a rischio la dignitosa vita della sua famiglia”. Aggiunse Levi: “Di Vittorio mi confessò che fu la prima lezione di economia politica che avesse ascoltato nella vita, più chiara anche di tante altre lezioni ascoltate da futuro segretario della Cgil”.
Il secondo ricordo evocato da Cerignola (dove tornai, come inviato dell’Europeo, nel giugno del 1977, per l’occupazione delle terre incolte da parte dei braccianti) è legato al moltiplicarsi in Italia dei casi dei casi ormai contrassegnati con la locuzione “a sua insaputa”: dopo la casa con vista sul Colosseo e i posti barca a Imperia ottenuti appunto “a sua insaputa” dall’ex ministro Claudio Scajola, e i casi della ristrutturazione della casa di Bossi senior e della laurea albanese di Bossi jr (benefici ottenuti “a insaputa” dei due politici della “family” leghista), per citare i fatti di cronaca più eclatanti, assume un valore ancor più straordinario il testo di una lettera poco conosciuta che è stata consegnata dalla famiglia Pavoncelli, durante la lavorazione della fiction Rai “Pane e libertà”, all’associazione “Casa Di Vittorio“ e alla sua guida creativa Giovanni Rinaldi. (Info: corso Garibaldi 13, 71042 Cerignola, tel. 0885.449474; altro indirizzo utile: Fondazione Di Vittorio, via Donizetti 7/b, 00198 Roma, tel. 06.84081713). 
Salite con me in un’immaginaria macchina del tempo e portiamoci a Cerignola, vigilia di Natale del 1920. Di Vittorio, 28 anni, è stato il segretario del circolo giovanile socialista e a breve, nel 1921, sarà eletto deputato. In questo periodo in Puglia e nel resto d’Italia dilaga il fascismo, con la violenza più spietata nei confronti del movimento dei lavoratori e delle organizzazioni sindacali. In questo clima, a casa di Peppino Di Vittorio arriva un cesto-dono offerto dal conte Giuseppe Pavoncelli (Cerignola 1836 – Napoli 1910), proprietario terriero e potente non solo nel paese (fu ministro dei Lavori pubblici del Regno d’Italia nel governo Starrabba IV), nonché spesso controparte delle locali battaglie sociali del sindacalista pugliese. Per questo, Di Vittorio lo chiamava “il Principale”. La lettera, datata 24 dicembre 1920 e rivolta all’amministratore del conte, motiva il rifiuto sofferto di quel dono, in un’epoca di povertà assoluta per la sua famiglia. Quelle poche, semplici righe trasudano etica, dignità e reciproco rispetto tra “signori” d’altri tempi (questo spiega la rivalutazione recente di un manager Fiat, Maurizio Magnabosco, che su Industria e cultura ha invitato a “rileggere Di Vittorio e le sue intuizioni moderne che avrebbe fatto del modello tedesco un riferimento per l’impresa italiana”). Si direbbe lontana anni luce dalla realtà odierna. E soprattutto rivela il raffinato senso politico-diplomatico del futuro segretario della Cgil, che con la richiesta finale della “stessa persona”, per il ritiro del dono, in un ideale scorrere al contrario dell’immagine, cerca di cancellare ogni traccia del fatto e di considerarlo come mai accaduto. Leggiamola:

domenica 13 maggio 2012

Il mio eroe preferito? Io, Renzo Arbore scelgo l’italoamericano Fiorello La Guardia, per tre volte sindaco di New York


Il poeta Walt Whitman, alla domanda su quale fosse il suo eroe preferito, non aveva dubbi: Abraham Lincoln, vincitore della guerra civile statunitense e liberatore dei neri dalla schiavitù, ucciso dall’attore John Wilkes Booth nel 1865. Lo rivela Ennio Caretto sull’inserto domenicale la Lettura del Corriere della Sera, domenica 13 maggio 2012. A Lincoln Whitman dedicò il poema “O capitano, mio capitano!”, la cui nave (l’America) approda salva dopo “un pauroso viaggio” (il conflitto fratricida) grazie alla sua perizia e al suo coraggio, ma senza più lui. Versi che hanno ispirato decine di scrittori, compositori e registi per vicende di leadership e carisma. E di altri personaggi qual è l’eroe preferito? A questa domanda avevo cominciato a far rispondere protagonisti del mondo della società civile nel mensile BBC History Italia da me progettato agli inizi del 2011. Riprenderò quel filo interrotto, visto il valore informativo e formativo delle risposte attese e ricevute. Il primo che intervistai fu Renzo Arbore, artista a 360 gradi. “Il mio eroe preferito? Fiorello La Guardia, per tre volte sindaco di New York”, mi confidò. E nel breve colloquio che ripropongo comparve a sorpresa il nome di Cerignola e di altre città della Puglia foggiana.

PARLAVA SETTE LINGUE. Fiorello La Guardia (1882-1947) è stato un politico che ha svolto con onesta efficacia il ruolo, assegnatogli da una coalizione comporta dai repubblicani e dal Partito americano del Lavoro, per tre mandati consecutivi, sindaco di New York dal 1934 al 1945. Promosse la ripresa economica, incoraggiò la politica sociale, aumentò i servizi pubblici, combatté criminalità e corruzione. Era di origini italiane: suo padre, il musicista Achille, capo della banda musicale dell’esercito statunitense, era emigrato dalla città natale, Cerignola (Foggia), con la moglie, la triestina Irene Coen Luzzatto. Fiorello aveva lavorato dal 1901 al 1906 nei consolati statunitensi di Budapest, Trieste e Fiume. Quando tornò a New York, parlava 7 lingue. Lavorò come interprete, studiò legge prima di impegnarsi in politica. Di lui parla il libro di Paul Jeffers “Fiorello La Guardia, un imperatore a New York” (Gaffi editore, Roma), con prefazione di Enzo Del Vecchio e Renzo Arbore.
Arbore, quando ha sentito parlare per la prima volta di Fiorello La Guardia?
Fu il sindaco di Foggia, la città pugliese dove sono nato nel 1937, a parlarmi per primo di questa famiglia foggiana che (insieme a un altro pugliese da esportazione, Rodolfo Valentino) s’era fatto onore negli Stati Uniti, in un periodo storico in cui gli italiani erano connotati più come mafiosi o pizzaioli. Fu lui il primo italoamericano eletto al Congresso degli Stati Uniti. Sempre lui ricoprì un ruolo decisivo in alcuni passaggi fondamentali della storia d’Italia. Per esempio fu lui che, all’inizio della Prima guerra mondiale, da deputato si batté per far scendere in campo gli Stati Uniti a fianco del governo di Roma. Un impegno che trasformò in un intervento concreto, arruolandosi nell’aeronautica americana per farsi mandare come pilota d’aereo sul fronte italiano. Le sue missioni, decorate da re Vittorio Emanuele III, gli meritarono la cittadinanza onoraria di Foggia.
Quale fu il suo atteggiamento verso il fascismo e il nazismo?
Fu un duro avversario e per questo l’Italia fascista lo ripudiò. Fu privato della cittadinanza onoraria nel 1938, quando entrarono in vigore in Italia le leggi razziali (la madre di Fiorello era ebrea). Fu una reazione anche alle sue critiche implacabili al nazismo e al fascismo, lanciate con  memorabili messaggi radio dai microfoni della BBC. E così, nel 1945, con la rinascita in Italia della democrazia, Foggia gli riconfermò la cittadinanza onoraria.

Subito dopo la Seconda guerra mondiale ebbe modo di intervenire a favore dell’Italia?
Cito solo due episodi: il presidente del Consiglio Alcide De Gasperi, dopo la firma del trattato di pace a Parigi (1947), fece appello a lui nella sua qualità di capo dell’Unrra (l’organismo americano che mandava aiuti alimentari in Europa). Navi di grano, dirette in Irlanda e in Inghilterra, furono dirottate verso porti dell’Italia piegata dalla guerra: da noi si moriva di fame. Altro suo rapporto con l’Italia è legato alla costruzione della Casa Sollievo della Sofferenza, l’ospedale voluto da Padre Pio a San Giovanni Rotondo, sul Gargano. Mio padre Giulio, medico e presidente del Tubercolosario di Foggia, mi parlò di tanti soldi arrivati dall’America. Credo che c’entrasse, più che una strategia umanitaria, un interesse più concreto: tra Foggia e San Giovanni Rotondo operava il più grande aeroporto militare del Mediterraneo, Amendola. E avere un ospedale attrezzato vicino a questa base strategica della Nato era un obiettivo da aiutare.
Lei con la sua Orchestra Italiana è tornato spesso a New York in questi anni. Che cosa è rimasto a ricordo di La Guardia?

La Cerignola che non ti aspetti: da qui il musicista Mascagni lanciò nel mondo la sua "Cavalleria Rusticana"

Il mosaico della Cerignola che non ti aspetti è arricchito da altre tessere di vite di grandi spiriti che hanno onorato la Puglia e l’Italia nel mondo. Ne cito due, riaffiorate nelle carte d’archivio: il grande compositore e direttore d’orchestra Pietro Mascagni e, nel prossimo post, l’ex sindaco di New York, il popolare Fiorello La Guardia.

Mascagni muore a Roma il 2 agosto 1945, a 82 anni. La camera ardente viene montata nel salone del Plaza, l’albergo che occupava dal 1927. La salma del musicista di origine livornese è deposta tra due pianoforti che sono state tappe nel ciclo della celebrità del grande maestro: quello a sinistra è un modesto piano Colombo che era stato noleggiato a tre lire mensili e dalla cui tastiera nacque il capolavoro di Mascagni, la Cavalleria Rusticana. Era il pianoforte prediletto del maestro che nell’interno del telaio, di suo pugno, aveva scritto: “Coll’aiuto di Dio e di questo pianoforte Pietro Mascagni compose la Cavalleria Rusticana a Cerignola nell’anno 1889”. A Cerignola Mascagni era arrivato a 23 anni, nel 1886, in tournée con la compagnia di Luigi Maresca. Paga: dieci lire al giorno. All’epoca Cerignola era un centro di economia agricola che vantava però una piccola borghesia aperta alla cultura e un teatro, il Mercadante, con un’intensa attività artistica di liriche, operette e prosa. Il sindaco della città pugliese invitò lui e la futura moglie, Argenide Marcellina Carbognani (Lina, che sposerà due anni dopo) a fermarsi, offrendogli di dirigere la neonata Filarmonica locale. A Cerignola Mascagni resterà quattro anni, in una casa nell’attuale piazza Cavallotti, l’antica piazza delle Erbe, componendo la Cavalleria Rusticana (con una novella di Giovanni Verga come base), la sua prima opera che gli fece vincere, battendo 73 altri partecipanti, il concorso indetto dalla casa musicale Sonzogno a Milano. Un’opera che continua ancora oggi a emozionare le platee del mondo. Qui, in questo video tratto da You Tube, potete ascoltare l’Intermezzo dell’opera, al Festival di Ravenna, 1996, con l’orchestra del Teatro Comunale di Bologna, dirige Riccardo Muti.

http://www.youtube.com/watch?v=Xvdig4N0bpk 

Nicola Zingarelli: il premio che mi arriva dalla nativa Puglia evoca un mondo di parole plasmato in vent’anni

Il nome del generoso riconoscimento che mi arriva dal Comune di Cerignola in Puglia e dall’associazione culturale LiberaMente (Premio letterario nazionale Nicola Zingarelli alla carriera*), in collaborazione con la Luiss/Guido Carli di Roma e l’Università di Foggia, mi riporta alla mente alcuni fotogrammi della vita di quel docente universitario, e grande spirito della mia terra, che incominciò nel 1913 (attenzione, squadra della Zanichelli editore, centenario in vista!) a compilare il suo “Vocabolario della lingua italiana”, ancora oggi un best seller, dalla A “prima lettera dell’alfabeto italiano” all’ultima voce “Zuzzurellone, ragazzo o adulto che, come un bambino, pensa sempre al gioco e allo scherzo”. OGNI LETTERA, BOTTI PER FESTEGGIARE. Zingarelli, secondogenito degli otto figli di Girolamo, sarto dell’aristocrazia fondiaria del paese, impiegò quasi vent’anni, in completa solitudine, per completare la sua fatica letteraria che con il suo mondo di parole più di ogni altra ha unito l’Italia. Vent’anni pieni di gesti teatrali, come nella sera d’estate del 1921 quando lo studioso originario di Cerignola, classe 1860, barba e capelli spettinati, volto sciupato dalla stanchezza, uscì dal caotico studio della sua casa a Napoli, città dove aveva frequentato l’università, e annunciò quasi con liberazione: “Ho finito la lettera esse”. La governante di casa andò alla finestra che dava su un vicolo e gridò a squarciagola l’annuncio: “’O professore ha fernuto la esse, ‘o professore ha fernuto la esse!”. Il grido fu ripreso e rilanciato di strada in strada e ci furono perfino dei botti in segno di festa. IL VOCABOLARIO A FASCICOLI. L’impresa era cominciata nel 1913 su stimolo dell’editore Antonio Bietti che, come Zingarelli, riteneva congruo il periodo di un anno di lavoro per creare un dizionario né affliggente né irritante come gli altri precedentemente arrivati in libreria. A un certo punto l’editore mandò questa lettera allo scrittore originario del Tavoliere “granaio d’Italia” (si spiega così la scultura del premio, una spiga dorata) : “Senta, egregio amico, noi ci raccomandiamo alacremente a lei perché non ci voglia anche involontariamente apportare danno…Consideri che abbiamo qui giacenti quaranta quintali di caratteri fatti appositamente, abbiamo già pronti una quantità di disegni, sono circa 20 mila franchi di capitale immobilizzato”. Zingarelli replicò: “Riconosco bene che le vostre spese sono state molto superiori alle forze, come purtroppo la mia opera è stata anche superiore alle mie forze, perciò né voi né io dovevamo metterci a essa. Ma per l’importanza e la bontà dell’opera stessa ci siamo sentiti trascinati io e voi a fare il passo più lungo della gamba”. Nel 1917, considerati i tempi lunghi dell’impresa, Bietti decise di pubblicare il vocabolario a fascicoli, a mano a mano che erano pronti. Fu un successo. (Piace ricordare che un altro grande spirito di Cerignola, Giuseppe Di Vittorio, cominciò a uscire dalla servitù dell’ignoranza proprio grazie a un vocabolario Zingarelli di cui era entrato in possesso fortunosamente). Da allora, per molti, Zingarelli (ereditato dal modenese Zanichelli, allora editore per eccellenza di Giosuè Carducci e di Charles Darwin, nel 1864 L’origine della specie, e poi casa editrice governata, nell’edificio progettato da Piacentini in via Irnerio a Bologna, dalla famiglia Enriques, editore in Italia degli scritti di Albert Einstein, “tutta gente zanichella per gusto e cultura” come ha scritto Valentino Bompiani) è sinonimo di vocabolario. Sono oltre cinque milioni gli italiani che lo posseggono e l’editore è convinto che ancora tanti altri intendono acquistarlo nelle sue edizioni che, anno dopo anno, introducono le parole nuove. Di quelle parole io ho fatto un mestiere. Quelle parole hanno reso anche me loro amante e schiavo. • *E’ sempre un piccolo piacere leggere, per il premiato, la stringata motivazione cui tocca fotografare in poche righe il percorso di una vita: “Alla carriera letteraria di Salvatore Giannella che, attraverso uno straordinario viaggio, ha seguito un percorso profondo e appassionato nei sotterranei dell’Anima, raccogliendo e commentando storie, confessioni, lettere, misteri e sogni. Le sue parole sanno regalarci emozioni e brividi d’incanto, dipingendo un meraviglioso affresco dell’Italia e la vita con tutte le sfumature di colore insite nell’essere umano”.

martedì 8 maggio 2012

“Ti sei fatto rubare il portafoglio”: il capitalismo di rapina spiegato da Federico Caffè con uno scippo chiassoso a Napoli

Di Federico Caffè e delle sue scomode teorie economiche abbiamo parlato in un testo a parte (Venticinque anni fa spariva un economista contro, Federico Caffè. Il bel libro di un suo allievo, Bruno Amoroso, ce lo fa rivivere, 8 maggio 2012). In quel libro edito dalla romana Castelvecchi c’è una pagina che fotografa, in piccolo, quello che i mercati finanziari e molte banche stanno facendo da tempo su grande scala. Napoli, 1973: Caffè e Amoroso, incuriositi dal libro di Federico De Roberto I Viceré e dal film omonimo su quella antica casata siciliana e sui poteri nelle società meridionali, vanno a visitare i vecchi quartieri del centro storico. Trovano alloggio in un albergo dal quale escono per lunghe escursioni nei vicoli e nelle piazze della città. Un mattino, mentre Caffè rileggeva alcune pagine dei Viceré, Bruno uscì per andare a comprare i giornali. “Bruno ritornò dopo non molto con i giornali sotto braccio e leggermente affaticato. Raccontò di aver attraversato la piazzetta del vicolo in cui abitavamo, dove, come al solito, molte persone occupavano i tavolini del bar giocando a carte e discutendo, mentre il resto della piazzetta era popolato da gente a passeggio e venditori ambulanti. Al ritorno dal giornalaio ci fu un trambusto nel bar, con urla e tafferugli, rovesciamento di tavoli e di sedie e un’ondata di spintoni si trasmise su tutta la piazzetta. Anche lui, come tutti, ricevette qualche spintone, ma poi, rapidamente, le persone al bar sollevarono tavole e sedie riprendendo i loro giuochi e la lettura dei giornali, e anche sulla piazza ritornò la calma dalla quale i più si allontanarono frettolosamente”.